Gli impianti di compostaggio, fra cui anche SESA, appoggiano il Consorzio Biorepack per sensibilizzare cittadini e istituzioni su una ottimale raccolta differenziata delle bioplastiche. Parliamo dei normali sacchetti biodegradabili che troviamo nei supermercati e delle stoviglie che usiamo quotidianamente come bicchieri e piatti. Questi oggetti sono realizzati in materiali bio e si uniscono al processo di compostaggio dei rifiuti organici.
Molti si chiedono se vi siano problemi nel compostare queste bioplastiche ma la realtà è che non incidono in alcun modo sulla qualità del compost ottenuto. Facciamo però un passo indietro. Gli impianti di recupero dei rifiuti, aziende che ormai si distinguono per le loro avanzate tecnologie, valorizzano lo scarto organico domestico detto anche umido.
Tramite processi di lavorazione che durano circa novanta giorni avviene la trasformazione dei rifiuti come avverrebbe in natura. Questi processi sono naturalmente accelerati dalle macchine utilizzate in quanto si applicano tecniche aerobiche o anaerobiche a seconda dei diversi impianti di lavorazione. Al termine di questi processi si ottiene un materiale organico detto ammendante o compost. Si tratta di un ottimo fertilizzante, pulito e inodore, che reimmette sostanze vitali nella terra e si usa sia in agricoltura sia per orti domestici.
Chi è Biorepack
Biorepack è il Consorzio nazionale per il riciclo organico degli imballaggi in plastica biodegradabile e compostabile. L’ente affianca gli impianti di compostaggio per comprendere come il cittadino smaltisce i materiali in bioplastica usati nel quotidiano.
Biorepack si occupa di promuovere la corretta raccolta differenziata tramite campagne di sensibilizzazione verso i cittadini e le imprese che producono oggetti in bioplastica. Inoltre si rapporta con le istituzioni per far sì che sia sempre più facile riconoscere i materiali che possono essere gettati nell’organico.
Il Consorzio comunica con le sue iniziative come realizzare una corretta raccolta differenziata perché la bioplastica si può considerare alla pari di uno scarto organico. Le imprese di compostaggio dei rifiuti hanno infatti integrato le lavorazioni dell’organico per trasformare la bioplastica in compost di qualità.
Persino le bioplastiche rigide, posate, bicchieri e stoviglie in generale, si degradano quando vengono aggredite dalla massa microbica durante il processo. Se non fosse sufficiente un singolo processo, l’impianto le rimette in circolo finché non vengono completamente “digerite”.

SESA e Biorepack vogliono sensibilizzare la raccolta differenziata delle bioplastiche
Le imprese di lavorazione degli scarti organici hanno stimato che circa il 3-4% dei rifiuti è composto da bioplastiche. Per sfruttare al meglio la bioplastica occorre che la raccolta differenziata sia ottimale perché l’umido deve essere “pulito”. Purtroppo, all’interno della raccolta dell’organico si ritrovano spesso materiali non compostabili come la plastica normale, vetro, metallo e altro.
Anche SESA Este vuole sensibilizzare la raccolta differenziata delle bioplastiche e intende farlo appoggiando le campagne di comunicazione di Biorepack. Infatti, in un video che troviamo all’interno del sito del Consorzio nazionale, SESA sottolinea l’importanza di una maggiore chiarezza verso il consumatore. I cittadini devono poter riconoscere immediatamente quali plastiche vanno nell’umido e in generale cosa non gettare nel contenitore sbagliato.
Se si vuole davvero concretizzare il concetto dell’economia circolare occorre migliorare il percorso che è in atto facendolo diventare davvero virtuoso. Occorre aumentare la sinergia fra enti, territorio e famiglie sensibilizzando tutti sull’importanza di poter ridare la terra alla terra.
Insomma dobbiamo solo stare un po’ più attenti e far sì che le cose siano sempre più chiare e trasparenti. Non abbiamo sempre il tempo di leggere codici ed etichette, di capire cosa smaltisce oppure no il nostro comune. Uno sforzo però lo dobbiamo fare tutti perché è nostro diritto e dovere salvaguardare il nostro mondo.
